COVID-19 fase 2 ed esercizio della libertà religiosa e di culto

27 MAGGIO 2020 | #andràtuttobene | Varie

Il dl n. 33 del 16 maggio 2020, all’art. 1 comma 11, stabilisce “le funzioni religiose con la partecipazione di persone si svolgono nel rispetto dei protocolli sottoscritti dal Governo e dalle rispettive confessioni contenenti le misure idonee a prevenire il rischio di contagio”; al comma successivo stabilisce che “le disposizioni di cui ai comma 7,8,10 e 11 sono attuate con provvedimenti adottati ai sensi dell’art.2 del decreto-legge n.19 del 2020, che possono anche stabilire differenti termini di efficacia”.

In attuazione dei due decreti legge richiamati 19/20 e 33/20 il Presidente del Consiglio dei Ministri ha emanato il 17 maggio un d.p.c.m. (pubblicato in G.U. n.126 in pari data), nel quale la materia viene trattata alle lettere n) e o) dell’art. 1, che recitano: n) "l’accesso ai luoghi di culto avviene con misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro”; o) “le funzioni religiose con la partecipazione di persone si svolgono nel rispetto dei protocolli sottoscritti dal Governo e dalle rispettive di cui agli allegati da 1 a 7.

La linea scelta dal Governo con riferimento al culto è stata caratterizzata nella fase 2 da un approccio dialogante e collaborativo sia con la CEI che con le altre confessioni religiose e risente probabilmente dell’atteggiamento piuttosto duro espresso dalla stessa CEI dopo la pubblicazione del d.p.c.m. che disciplinava le attività ammesse dopo il 4 maggio. Infatti nonostante le richieste da parte della CEI di poter celebrare la Messa con i fedeli, l’unica apertura, in quella fase, da parte del Governo si ebbe sulla possibilità di celebrare brevi riti funebri alla presenza massima di 15 familiari.

Il 6 maggio, in sede di conversione del d.l. 19/20 fu approvato un emendamento che prevedeva l’adozione di protocolli sanitari d’intesa con la Chiesa Cattolica e con le confessioni religiose diverse dalla cattolica per la definizione delle misure necessarie ai fini dello svolgimento delle funzioni religiose in condizioni di sicurezza. 

Il primo di questi protocolli è stato firmato il 7 maggio dalla CEI e dallo Stato e, nel contempo, il Ministero dell’Interno ha promosso il dialogo con le confessioni religiose acattoliche, per la prima volta, senza distinguere se con queste lo Stato avesse o meno un’intesa ai sensi dell’art. 8 comma 3 della Costituzione. All’esito di tale negoziazione si è predisposta una bozza di protocollo che consentiva la celebrazione delle funzioni religiose nel rispetto delle norme previste per evitare e a contenere il contagio: i fedeli dovranno quindi indossare le mascherine e rispettare le distanze, le autorità religiose dovranno vigilare perché queste siano osservate mediante appositi addetti, i tempi dovranno essere contenuti, i luoghi sanificati. La scelta è stata quindi di dare delle linee guida adattabili alle differenti ritualità religiose caratterizzanti le singole religioni, ritualità che potranno subire alcune restrizioni come è avvenuto in forma totalizzante, fino ad annullarle per la fase più acuta dell’emergenza.

Il 15 maggio sono stati firmati dal Governo i protocolli con la Comunità Induista e Buddista e Baha’i e Sikh, con la Comunità della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni con le Comunità Ortodosse, con le Comunità Protestanti, Evangeliche e Anglicane, con le Comunità islamiche con le Comunità ebraiche italiane.

Un bel risultato in un campo dove il Governo, nella fase emergenziale, si era mosso senza concertazione e sull’onda della paura del contagio che certamente trovava terreno fertile negli assembramenti nei luoghi di culto, ma che avrebbe potuto trovare una maggior condivisione e accettazione se in quella fase le scelte adottate fossero state concertate con le autorità religiose, così come ora è avvenuto.

Un modello di negoziazione e di lavoro concreto ed empatico tra istituzioni laiche e pluralismo religioso svolto tenendo presente i diversi interessi e pur avendo come focus il bilanciamento tra il diritto alla salute e quello alla libertà religiosa e di culto, un modello che potrebbe essere di esempio anche in altri settori in primis quello della giustizia.

Da sottolineare che, come giustamente precisato dalla COREIS (Comunità religiosa islamica italiana) che il protocollo da questa sottoscritto con il Governo “è un evento storico per il riconoscimento della dignità di culto dei musulmani” e un modello per l’Europa.

L’UCOI (Unione delle comunità islamiche) però, pur avendo sottoscritto il protocollo, ha dichiarato che responsabilmente “riapriranno i luoghi di culto solo dopo la fine del Ramadan non ritenendo che i luoghi di culto islamici siano ancora sufficientemente tutelati e siano troppo esposti per una riapertura per il troppo flusso di devoti durante il Ramadan” ed invitando tutte le Comunità islamiche alla stessa aderenti  a mantenere chiuse le moschee fino a dopo il 24 maggio, sensibilizzando e preparando i credenti alla fase successiva di riapertura in sicurezza, senza nascondere anche una certa preoccupazione per la sostenibilità dei costi previsti per l’attuazione del protocollo stesso. 
 

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