L’educazione dei figli al tempo dei social: quale il contenuto oggi di una adeguata educazione? Vigilanza dei genitori e rispetto della libertà personale e morale dei figli dal punto di vista psicologico. Il ruolo della scuola

di Dott.ssa Cesia Polloni – Psicologa-Psicoterapeuta

L’uso intensivo di internet, la penetrazione profonda delle nuove tecnologie nella vita di tutti i giorni, l’aumento vertiginoso delle relazioni virtuali hanno modificato profondamente il modo in cui i figli costruiscono la propria identità ed è evidente che agli adulti vengono richieste nuove abilità atte a gestire la sfida della cura e della educazione dei propri ragazzi o dei propri studenti.
Per molto tempo si è parlato dei Millennials o Generazione Y, come fruitori digitali.  In Italia, come nel resto d’Europa, i più grandi fruitori delle tecnologie digitali sono bambini e adolescenti (CENSIS, 2015; Ólafsson, Livingstone & Haddon, 2013). La iGeneration, conosciuta anche come: Generazione Z, Post-Millennials, Centennials, Plurals o talvolta Google Generation, accoglie al suo interno tutti i giovani nati a partire dalla seconda metà degli anni novanta. La “i” rappresenta sia l’insieme di device nati con loro (iPhone, iPod, iPad…), sia l’uso più personalizzato (individualized) del world wide web e di questi stessi dispositivi (Rosen, 2010). 
La“Z Generation” è la prima generazione “mobile first” della storia, sono nati con l’avvento dei social network e sono cresciuti con il tablet o l’iPhone a disposizione. Invece delle parole usano gli emoji. Amano chattare, video chiamare e WhatsApp è tra i loro mezzi privilegiati. Spesso sono multitasking e sono in grado di utilizzare contemporaneamente più dispositivi connessi ad internet.  Le preferenze per i diversi dispositivi e il modo di usarli sono completamente diverse rispetto ai loro predecessori. Hanno una soglia di attenzione bassissima (mediamente 8 secondi) e preferiscono la dimensione “visual” rispetto alla “testuale”,perciò YouTube è uno dei social preferiti. Facebook è considerato dagli iGen un social da “vecchi”; preferiscono di gran lunga Instagram. Hanno usato Snapchat, ma l’hanno in breve sostituito con i più visivi “Musica.ly” e poi “Tik Tok”, che ora sembra già superato.
E’ una generazione che sa muoversi agilmente con la tecnologia, è competente, ma è anche esposta ai rischi e alle insidie della rete e del  “cyberbullismo”, come ha dimostrato l’“Indagine Conoscitiva su Bullismo e Cyberbullismo (Roma, 27 marzo 2019 Audizione del Presidente dell’Istituto nazionale di statistica G. C. Blangiardo. Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza): ”Quella attuale è la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’esperienza connaturata alla quotidianità, indipendentemente dal contesto sociale di provenienza: nel 2018, l’85,8% dei ragazzi tra 11 e 17 anni di età utilizza quotidianamente il telefono cellulare. Il 72% dei ragazzi in quella stessa fascia di età naviga in Internet tutti i giorni. Questa quota è cresciuta molto rapidamente passando dal 56,2 al 72,0% nell’arco di un quadriennio. Le più assidue utilizzatrici del cellulare e della rete sono le ragazze, l’87,5% delle quali usa il cellulare quotidianamente, e il 73,2% accede a Internet tutti i giorni (quota che sale all’84,9% se ci si concentra sulle adolescenti tra i 14 e i 17 anni). L’accesso ad Internet è fortemente trainato dalla diffusione degli smartphone. Soltanto il 27,7% dei ragazzi, infatti, usa il pc tutti i giorni e questa quota è in forte calo rispetto al 40,5 del 2014.”
Già nel 2001 Marc Prensky utilizza nell'articolo “Digital Natives, Digital Immigrants” il termine “nativi digitali” per identificare coloro che, essendo nati dopo 1985, fin dalla nascita vivono a contatto con i mezzi di comunicazione digitali. Mentre Barbara Volpi (“La transizione alla genitorialità digitale: aspetti teorici e di ricerca”, in Minorigiustizia, n. 3, 2019 ) scrive: “In pochi anni gli strumenti digitali sono entrati nella stanza dei bambini, generando nuovi scenari familiari, educativi e formativi che pongono in primo piano il ruolo dell’interazione e della corporeità mediata dal toccare con le dita lo schermo. Siamo in presenza della necessità di costruire una vera e propria genitorialità digitale o una base sicura digitale, che nella relazione con il bambino debba agire da aiuto tecnologico su cui strutturare il suo ingresso nella tecnologia e che necessita del raccordo strutturale delle agenzie educative che ruotano intorno alla sua crescita”.
Si concorda sul fatto che particolare attenzione dovrà essere posta a quella che viene denominata “Generazione Alpha” che corrisponde a quella dei bambini venuti al mondo dopo il 2010, che nascono con la tecnologia touchscreen in casa e per questo sono stati battezzati “screenager”.  Per la loro tutela, e non solo, sarà importante cercare modalità genitoriali in grado di preservare la priorità e la qualità delle relazioni umane: promuovere quindi le capacità del bambino di progredire verso l’acquisizione di una adeguata regolazione emotiva, favorire il linguaggio affettivo e relazionale, inserire gradualmente i dispositivi digitali nella modalità di condivisione affettiva. Non si può prescindere dall’offrire ai figli quella presenza e quel supporto atto a preservare la costruzione di una identità propria, finalizzata ad affinare le capacità di mentalizzazione e la capacità di scelta, contro gli aspetti di impulsività. Compito arduo nel contesto attuale che vede un radicale mutamento della società, in cui la famiglia è molto diversa rispetto al passato: ci sono famiglie tradizionali, separate, ricomposte, allargate, monogenitoriali e arcobaleno. Ciò impone un nuovo percorso evolutivo sia per genitori che per i ragazzi. Anche gli insegnanti si trovano a dover affrontare e trovare soluzioni nuove a nuove esigenze.  Si dovrebbe cominciare dal porre attenzione, in qualità di genitori ed insegnanti, ai cambiamenti umorali e comportamentali dei ragazzi, con particolare sensibilità verso quei cambiamenti che spesso avvengono troppo repentinamente nei confronti della scuola, dei coetanei, dello sport o delle altre attività o interessi; non dovrebbero sfuggire agli adulti gli atteggiamenti di chiusura sociale, l’isolamento dal resto della famiglia, le manifestazioni emotive come scatti di rabbia improvvisa, o al contrario la demotivazione e il disinteresse persistente, le alterazioni del ciclo del sonno, la poca cura della propria persona o al contrario l’esagerata attenzione al trucco e all’abbigliamento, o il rapporto alterato col cibo, non ultimo l’autolesionismo. Sono aspetti che vanno colti preventivamente: a volte i genitori e gli insegnanti non riescono ad indagare prontamente i fenomeni collegati ad una  vera e propria dipendenza da Internet, fino a quando questa non si manifesta nella sua gravità. Attenzione va posta fin dall’esordio ai segnali premonitori: come il trascorrere  molto tempo davanti al computer collegato in rete, l’abbandono dello studio, il disinteresse verso la scuola, la facile irritabilità e la limitata comunicazione interpersonale, l’allontanamento da compagni o familiari, la chiusura e ritiro in Sé. Per gli adulti, prima di passare sbrigativamente ai rimproveri o alle punizioni, ci sono delle domande esplorative da porsi, che potrebbero essere:
1. Riesco a non proibire l’uso di Internet, ma posso invece stabilire con il ragazzo delle regole su una sua corretta utilizzazione, compreso il tempo da dedicare alla rete? Sono in grado di far comprendere i rischi di un uso smodato del web?
2. Come adulto faccio un uso di internet e del telefonino sbilanciato a scapito dei momenti comuni di socializzazione, come la cena, il viaggio in auto, le uscite, l’essere in aula, ecc.? Riesco a correggere il cattivo esempio?
3. Sono capace di aiutare i minori a fare incontri nel mondo reale, incoraggiandoli a fare attività con altri coetanei, sia singoli o in gruppo, come ad esempio le associazioni educative, di volontariato, sportive?
4. Sono in grado di prendermi del tempo per capire il ragazzo quando dimostra sintomi resistenti di dipendenza da Internet?  Posso capire che questo può essere conseguenza di depressione, conflitti interpersonali e scarsa autostima? Sono in grado di chiedere aiuto ad esperti?
I principali rischi in rete per i minori sono: Cyberbullismo, pedo-pornografia, seduzione e plagio, acquisti sregolati, incontri con persone manipolative, stimoli all’uso di medicinali e delle droghe, spinte ad azioni autolesive, odio razziale, giochi online mangia soldi, dipendenza da Internet. Come già detto ci vuole spirito di osservazione per cogliere il disagio crescente di questi bambini o ragazzi dipendenti da internet; in genere si manifesta con una progressiva riduzione della capacità di concentrazione, del mantenersi orientati al compito, dello stare con gli altri a fronte di una crescente iperattività, di un eloquio sintetico e sfuggente, di una preoccupante fragilità emozionale e di un ragionamento non più basato sull’astrazione e su processi deduttivi e induttivi.
Inoltre i ragazzi non si rendono conto di condividere moltissime informazioni su di sé: gli amici, i loro interessi, le debolezze, i luoghi che frequentano, gli acquisti, i gusti musicali, i locali che frequentano, ecc., tutti dati che possono essere registrati da estranei ed utilizzati in diversi modi e con diverse finalità.
Diventa opportuno ricorrere agli esperti quando ci si trova di fronte a situazioni come quella dei ragazzi definiti “hikikomori”, termine giapponese col significato di “confinato”, “chiamato fuori”, o sindrome dello “shut-in” (il “recluso”). Si tratta di giovani, soprattutto maschi, che, di fronte ad una società sempre più competitiva o ad una scuola poco inclusiva, sono intimoriti e si chiudono in un bozzolo. Sono ragazzi che smettono di andare a scuola e non riescono a gestire le relazioni interpersonali e sociali; passano i pomeriggi e le serate chiusi nella loro stanza perché ad esempio soffrono di bruttezza immaginaria, si vergognano, si sentono inadeguati, deboli e goffi e trovano gratificazione e rifugio nel web.
Per quanto riguarda le ragazze  è importante riuscire a valutare quella che viene definita “nomofobia” (abbreviazione della locuzione inglese no-mobile-phone phobia) che è la fobia da mancanza di telefono cellulare, la paura irrazionale e persistente dovuta al non poter essere connessi a internet tramite il proprio smartphone. (J. Bernardini, Uso e abuso dello smartphone tra i giovani. Un’ indagine sulla nomofobia in Prospettive Sociali e Sanitarie, a. 45, n. 3).
Attenzione va posta anche ai casi di “candy girl”, si tratta di situazioni in cui ci sono ragazze tra i 12 e i 17 anni che mettono in rete le proprie foto di nudo (sexting) in cambio di vestiti firmati, ricariche telefoniche, ecc.
Rilevante è il problema del “Cyberbullismo”, in quanto i ragazzi usano la rete non solo per socializzare, ma anche per esprimere aggressività, provocazione, sfida e competizione tra coetanei. Secondo la Legge n.71/2017, per cyberbullismo si intende: “…qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d'identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”. 
Sono problematiche che investono anzitutto genitori ed insegnati: dare regole ai minori che navigano è un dovere degli educatori, pur tenendo presente che non si può comunque insegnare ad affrontare la vita solo a colpi di regolamenti: l’educazione è anche guidare, orientare, fornire modelli, trasmettere valori. I figli hanno bisogno di legami affettivi ricchi di dignità, di conoscere la vera amicizia, di condividere il rispetto verso l’ambiente e il senso civico, di avere modelli identificativi adulti competenti ed aperti al nuovo.
A scuola il confronto sull’utilizzo dei social dovrebbe essere costante, le riflessioni dovrebbe sottolineare che il nome e le foto che vengono scelte come foto profilo e copertina nei social, sono sempre visibili a tutti, tranne a chi viene “bloccato”.
Ai ragazzi va fatto presente con frequenza che dal menu di un social, sia da smartphone che da computer, si può accedere al controllo della privacy per verificare chi può vedere i propri post: tutti, solo gli amici, o una parte di loro?; le applicazioni esterne autorizzate chi  le può vedere?; a chi vengono affidati i dati personali di contatto e l’età?. Inoltre va tenuto presente che se si commenta il post di una pagina ufficiale di un’azienda o di un personaggio di rilievo il commento rimane pubblico, e , se nel peggiore dei casi si minaccia una persona, si è chiamati a rendere conto delle proprie parole.  Compito degli adulti è aiutare i ragazzi a riflettere perché imparino a fermarsi per scegliere e pensare prima di pubblicare: prima di cliccare sul pulsante “pubblica” o “condividi” fermarsi un attimo a pensare a chi arriverà a leggere queste parole, a vedere le immagini, a sapere dove sono adesso?
La scuola ha un ruolo importante nell’ incentivare il confronto sull’utilizzo consapevole di Internet e dei social network tra i giovani; ad esempio commentare ed esplorare con i figli o studenti eventuali casi a rischio, comprendere le principali motivazioni psicologiche; coinvolgere bambini e ragazzi in attività di prevenzione, di promozione di strategie di coping ed empowerment. Anna Pietra Ferraro, insegnante a Napoli, nel suo articolo “Cosa significa insegnare al tempo dei nativi digitali” afferma che quando si insegna ad alunni che sono cresciuti in un mondo dove domina la tecnologia è  fondamentale che i docenti, per avvicinarsi agli alunni, debbano avvicinarsi alla tecnologia per riuscire a comunicare con loro. In questo contesto risulta fondamentale servirsi della tecnologia per diversificare i metodi e le strategie di apprendimento, potenziando attraverso il suo uso le opportunità educative; ciò che cambia non sono i contenuti o i programmi, ma il modo di trasmetterli che si adegua all’era digitale.
Gli stimoli che offre la rete sono svariati e la nuava tecnologia coinvolge più canali sensoriali ( tattile, uditivo, visivo, cenestesico) che certamente favoriscono l’apprendimento. Nell’ambiente del web si impara in molti modi diversi contemporaneamente: osservando cosa fanno gli altri e come lo fanno, facendo da soli sperimentando, o chiedendo aiuto e consiglio. Il docente di oggi non può prescindere dalla tecnologia, ma dovrebbe trovare in essa strumenti e metodologie didattiche rispondenti alla necessità di aumentare la qualità dell’insegnamento. Sul piano culturale, soprattutto in questo particolare periodo storico, occorre puntare all’incremento di una nuova cultura mediale in ambiente scolastico, fare emergere nuove linee guida per l’implementazione di percorsi rivolti alla “Digital Literacy”. Inoltre sarà importante  attrezzare i luoghi come le biblioteche, le ludoteche, i centri di aggregazione giovanili, ecc., di strumenti sorvegliati per condividere attività da svolgere sul web, offrire ai ragazzi la possibilità di rapportarsi, al di fuori della scuola, con professionisti con cui confrontarsi nei momenti in cui hanno bisogno di aiuto per se stessi o per i loro amici. Alcune realtà scolastiche all’avanguardia suggeriscono di costruire con gli allievi stessi un “e-book” invece di limitarsi a leggerlo, così si può lavorare più attivamente sul processo di apprendimento con una differenza sostanziale per lo sviluppo delle capacità cognitive dell’allievo. Il fatto di lavorare in gruppo per costruire, a step graduali, ad esempio un libro digitale, prevede consapevolezza sulle modalità in cui si svolge il processo di lavoro, si segue un apprendimento non lineare volto a stimolare la creatività positiva, si favorisce la collaborazione, la condivisione dei saperi e lo scambio dei ruoli come ha dimostrato l’esperienza CORECOM in Emilia Romagna. (Nord-Sud-Ovest web, laboratori di educazione ai media tra e-book e blog nel 2012). Le nuove tecnologie hanno portato con sé grossi cambiamenti, anche molto positivi. Ad esempio, se da un lato lo sviluppo di internet e la possibilità di accedervi sempre più rapidamente e in qualsiasi punto del globo, ha determinato la diffusione di una quantità talvolta eccessiva di informazioni, ha anche permesso di raggiungere molti individui prima emarginati e di dare loro l’opportunità di apprendere e imparare, colmando così il divario educativo. È anche importante sottolineare come questa nuova forma di alfabetizzazione debba essere guidata perché venga creata dai ragazzi stessi: i giovani adolescenti non sono solo i più assidui fruitori delle nuove tecnologie, ma possono contribuire attivamente a svilupparne contenuti, applicazioni e potenzialità, e citando G. Cappello (2010) è importante sottolineare che: “I ragazzi non considerano (né usano) i media come veicoli di significato, quanto piuttosto come risorse simboliche da cui trarre immagini, fantasie e opportunità di autoespressione e gioco”. (Cappello, G. (2010). Analisi critica vs. produzione creativa. Le nuove sfide della media education nell’era digitale. Form@ re-Open Journal per la formazione in rete).

Bibliografia
Carr, N. G. (2011). Internet ci rende stupidi? : come la rete sta cambiando il nostro cervello. Milano: Raffaello Cortina
Frances E. J. (2015) Il cervello degli adolescenti. Milano: Mondadori
Guarini, A., Brighi, A., Genta, M.L, (a cura di) (2013) Stili di vita on-line e off-line degli adolescenti in Emilia-Romagna. I Quaderni del Corecom

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