Lo stato dell’arte della ricerca psicologica in materia di alienazione parentale

19 LUGLIO 2021 | Numero speciale PAS

Fabio Benatti, Professore Ordinario presso l'Università IUSVE, Direttore del Baccalaureato/CdL Triennale in Psicologia dell'educazione

Da anni si assiste a un’accesa discussione, all’interno della comunità scientifica, sul fenomeno dell’alienazione parentale (Parental Alienation – PA). La vexata quaestio si è sostanzialmente concentrata su due aspetti: l’etichetta “diagnostica” del fenomeno e la sua precisa identificazione.

È possibile affermare che il fenomeno della PA esiste, al di là delle diatribe nominalistiche, in alcune realtà profondamente conflittuali di separazione. L’errore principale commesso in questi anni è stato quello di discutere sul termine, invece che sulle caratteristiche essenziali del fenomeno.

La letteratura scientifica evidenzia l’esistenza del fenomeno della PA ben prima che venisse coniata l’etichetta descrittiva. Per esempio, già Reich (1949), psicoanalista austriaco allievo di Freud, descriveva situazioni assimilabili alla PA.

Qualsiasi discussione sulla PA presuppone la presenza di un legame fra il bambino e i genitori che lo curano (caregiver). L’intensità di questo legame, definito attaccamento, dipende da quanto il bambino considera questa persona come una base sicura (Bowlby, 1958) dalla quale ricavare un conforto emozionale.

I figli possono essere direttamente coinvolti nel conflitto coniugale o triangolati da uno o entrambi i genitori. I genitori a loro volta possono alterare la percezione del figlio nei confronti dell’altro genitore, insidiandone la capacità di pensiero indipendente. Queste tipologie di genitori sviluppano con i figli una dipendenza relazionale patologica, volta a soddisfare il proprio bisogno emotivo piuttosto che un sano sviluppo del bambino.

Il concetto di sindrome di alienazione parentale (Parental Alienation Syndrome – PAS) viene coniato da Gardner (1985), che ha ricevuto feroci critiche, sia per l’utilizzo del termine sindrome, sia per l’impianto metodologico utilizzato, caratterizzato dalla prevalenza del metodo clinico su quello sperimentale e dall’assenza di referaggio sulle principali pubblicazioni. Attualmente, si parla di alienazione parentale (PA), eliminando il sostantivo – evidentemente inappropriato – di sindrome. Nel panorama italiano, si deve a Gulotta (1998) l’introduzione delle dinamiche sottostanti alla PA.

La PA è un disturbo relazionale complesso che può verificarsi alle seguenti condizioni: relazione altamente conflittuale tra i genitori; relazione invischiata del minore con il genitore preferito; timore infondato o senso di trascuratezza del figlio nei confronti del genitore rifiutato (Bernet, 2010). Da un punto di vista culturale, la letteratura conferma la presenza di PA in oltre trenta paesi (Giancarlo & Rottmann, 2015).

La comunità scientifica è concorde nel ritenere che la PA non sia un disturbo individuale, ma un grave fattore di rischio evolutivo per lo sviluppo psicologico e affettivo del minore. Il concetto di sindrome è dunque improprio, non trattandosi né di una malattia, né di un disturbo, ma di una disfunzione della relazione, che può danneggiare lo sviluppo dei figli costringendoli a parteggiare per qualcuno e a diventare inautentici, attraverso la campagna di denigrazione perpetrata da un genitore, il quale impone il proprio risentimento nei confronti dell’altro.

La PA è pertanto un fenomeno relazionale, dal momento che non riguarda un singolo individuo, ma un sistema relazionale, nel quale le persone coinvolte sono almeno tre: madre, padre e minore/i. Le caratteristiche personologiche e i comportamenti degli attori coinvolti influenzano il sistema relazionale patologico. Non è, quindi, da concepire come fenomeno unidirezionale, dove il genitore influenza il minore, che a sua volta è portato ad escludere l’altro genitore. Le caratteristiche del minore incidono sulla comunicazione inviata dal genitore, in maniera implicita o esplicita, così come i comportamenti del genitore rifiutato, influenzano i successivi comportamenti del figlio e del genitore prescelto. Il fenomeno è da concepire come un sistema nel quale ogni individuo influenza gli altri ed è influenzato dagli altri. Ne consegue che vi saranno dei fattori di rischio e di protezione in ogni attore coinvolto, che andranno a modificare l’esito finale di questo fenomeno relazionale altamente patologico. È da tenere presente che anche le risposte dei figli sono in grado di influenzare la relazione genitore-figlio dopo la separazione (Clawar & Rivlin, 1992). Solitamente i minori coinvolti nelle dinamiche tipiche di alienazione presentano: egocentrismo; bassa autonomia; passività; sensi di colpa; paura; ansia; basse capacità di insight; accentuata dipendenza e meccanismi di massiccia identificazione con il genitore prescelto (Gulotta, 1998).

Le dinamiche relazionali della PA possono essere concettualizzate come un processo multidimensionale lungo un continuum, che va dalle reazioni normali alla separazione dei genitori a quelle più patologiche, fino a giungere alla PA. In tale ottica relazionale, è opportuno tenere presente che vi sono delle variabili di contesto e intervenienti. All’interno dei fattori legati al contesto si trovano: storia di intensa conflittualità coniugale, separazione umiliante, separazione conflittuale alimentata da altri membri della famiglia e da professionisti, caratteristiche di personalità di entrambi i genitori, peculiarità legate allo sviluppo del bambino. Nelle variabili intervenienti compaiono: credenze negative del genitore allineato e i comportamenti nei confronti del genitore rifiutato, reazioni del genitore rifiutato all’ostilità e allontanamento agito dal bambino, relazione tra i fratelli, punti di vulnerabilità e resilienza del bambino alle dinamiche familiari. Vi sono, infine, delle variabili all’esterno del nucleo familiare come per esempio la presenza di persone estranee al nucleo originale, quali professionisti allineati (medici, legali, etc.), amici e nuovi partner (Kelly & Johnston, 2001).

I termini genitore alienante, genitore alienato e bambino alienato sono dei termini obsoleti, poiché si riferiscono all’iniziale definizione teorica di Gardner, che tende a riproporre l’idea errata di un fenomeno relazionale unidirezionale. Risulta preferibile utilizzare i termini di genitore prescelto o favorito e di genitore rifiutato.

Purtroppo, nel corso degli anni il termine PAS o PA – utilizzato in maniera impropria – è divenuto un termine “ombrello” utilizzato per indicare tutte le situazioni in cui vi è il rifiuto di un figlio ad incontrare un genitore. È errato definire a priori una situazione come PA solo perché si manifesta un rifiuto – anche se persistente – di un figlio nei confronti di un genitore (Bow et al., 2009). Non si può parlare di PA nei casi in cui l’ostilità e il rifiuto sono: temporanei o di breve durata; occasionali e poco frequenti; si verificano solo in determinate situazioni; coesistono con autentiche e genuine espressioni di affetto; sono rivolti ad entrambi i genitori (Warshak, 2002).

Le modalità comportamentali di alienazione parentale possono essere suddivise in attività consapevoli e inconsapevoli e in strategie dirette e indirette. La più comune strategia di alienazione parentale, consapevole e diretta, si ha quando il genitore prediletto usa costantemente il figlio per esprimere la negatività verso il genitore rifiutato (Kruk, 2011). Tuttavia, è bene ricordare che vi sono anche strategie inconsapevoli e quindi il processo di alienazione si può sviluppare anche in assenza di “piani” consapevoli da parte del genitore prescelto (Gulotta, 1998). Le strategie dirette si realizzano quando il comportamento del minore tende a ricalcare le opinioni del genitore che agisce la captazione, mentre le tecniche indirette incidono in maniera più sottile sui figli, facendo leva sulle emozioni e sul “senso di lealtà” dei bambini.

Le principali strategie messe in atto dal genitore favorito possono essere: sgenitorializzazione dell’ex-partner; comportamenti intrusivi o di interferenza durante i periodi di visita del minore all’altro genitore (es. numerose telefonate al giorno); imporre al figlio il cognome dell’eventuale nuovo partner, lasciando intendere che “non è positivo portare il nome dell’altro genitore”; impedire all’ex-partner di entrare in casa; meta-comunicare sull’altro genitore in modo paradossale (es. “Ci sarebbero molte cose da dire su tua/tuo madre/padre, ma io non sono uno/a che critica”; “Lo sai che in fondo tuo/tua padre/madre ti vuole bene, anche se non ti sta più vicino”), creando modalità a doppio legame confusive; mistificare le impressioni e i sentimenti del figlio; domandare continuamente al figlio cosa pensa dell’altro genitore, costringendolo a prendere posizione e ricompensandolo o condannandolo a seconda delle sue risposte (Gulotta, 1998).

Le reazioni comportamentali osservabili nel minore possono essere: il rifiuto e la denigrazione del genitore rifiutato raggiungono il livello di una campagna vera e propria; il rifiuto e la diffamazione sono ingiustificati e non trovano le basi nel comportamento passato del genitore rifiutato nei confronti del figlio con cui condivideva affetto e un adeguato attaccamento; la possibilità che l’avversione venga applicata ad altri, solitamente appartenenti alla famiglia d’origine o allargata del genitore rifiutato; il processo di alienazione è il risultato parziale dell’influenza del genitore alienante (Warshak, 2010).

Da un punto di vista classificatorio, i principali manuali sono il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM) dell’American Psychiatric Association (APA) e l’International Classification of Diseases (ICD), della World Health Organization (WHO). La PA non è specificatamente presente in questi due manuali, i quali tuttavia contengono molteplici indicatori che permettono di evidenziare le dinamiche disfunzionali familiari.

Nel DSM-5 (APA, 2014) il costrutto della PA risulta distribuito all’interno dei Problemi Relazionali. Nello specifico vi sono i Problemi correlati all’allevamento dei figli che contengono il Problema relazionale genitore-bambino e gli Effetti negativi del disagio relazionale dei genitori sul bambino. Nell’ICD-11 (WHO, 2019), il costrutto della PA è presente come Caregiver-child relationship problem.

È da ricordare che nel contesto clinico-giuridico, sia il DSM sia l’ICD andrebbero usati con estrema cautela, dato che sono stati predisposti per l’ambito sanitario. Il solo approccio categoriale del DSM-5 e dell’ICD-11, seppur importante, rischia infatti di rendere riduttive altre forme dimensionali delle diagnosi quali quella strutturale, quella psicologico-clinica e quella psicodinamica ed è per questo che è necessario procedere ad una valutazione multifattoriale.

Bibliografia

American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth edition (DSM-5), Arlington (Virginia, USA), American Psychiatric Publishing, 2013; trad. it. Biondi, M. (a cura di), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – quinta edizione (DSM-5), Milano, Raffaello Cortina, 2014.

Bernet W., Parental alienation DSM-5, and ICD-11, Springfield, Illinois, Charles C. Thomas Publisher, 2010.

Bow J.N., Gould J.W., Flens J.R., Examining parental alienation in child custody cases: A survey of mental health and legal professionals, American Journal of Family Therapy, 2009, N. 37, Vol. 2, pp. 127-145.

Bowlby J., The nature of the child's tie to his mother, International Journal of Psycho-Analysis, 1958, Vol. XXXIX, pp. 1-23.

Clawar S., Rivlin B., Children Held Hostage: Dealing with Programmed and Brainwashed Children, Chicago, American Bar Association Family Law Section, 1992.

Gardner R.A., Recent trends in divorce and custody litigation, Academy Forum, 1985, N. 29, Vol. 2, pp. 3-7.

Giancarlo C., Rottmann K., Kids come last: The effect of family law involvement in parental alienation, International Journal of Interdisciplinary Social Sciences: Annual Review, 2015, N. 9, pp. 27-42.

Gulotta G., La sindrome di alienazione genitoriale: definizione e descrizione, Pianeta infanzia, Questioni e documenti, Istituto degli Innocenti di Firenze, 1998, N. 4, pp. 27-42.

Kelly J., Johnston J., The alienated child: A reformulation of parental alienation syndrome, Family Court Review, 2001, N. 39, Vol. 3, pp. 249-281.

Kruk E., Divorced Fathers: Children’s Needs and Parental Responsibilities, Halifax, Fernwood Pub, 2011.

Magro T., Filippi F., Benatti F. (a cura di), Famiglie interrotte. Relazioni disfunzionali: tra teoria e interventi, Milano, FrancoAngeli, 2019.

Reich W., Character analysis (3rd ed.), New York, Orgone Institute Press, 1949.

Warshak R.A., Who will be there when I cry in the night?, Family Court Review, 2002, N. 40, pp. 208-219.

Warshak R.A., Family bridges: Using insights from social science to reconnect parents and alienated children, Family Court Review, 2010, N. 48, pp. 48-80.

World Health Organization, International Classification of Diseases 11th Revisions (ICD-11), 2018.

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